C come criceto.
Le mie prime coinquiline erano pugliesi e si truccavano e acconciavano anche per uscire a fare la spesa. Ho un ricordo piuttosto vago di quel coinquilinaggio in periferia, se non per il fatto che l’appartamento era tutto rivolto a sud e quindi caldissimo nella torrida estate del 2003. Nel periodo natalizio quelle povere menti si erano regalate una coppia di criceti, chiamati Antaro e Bijoux. Dopo un paio di settimane di giubilo le bestie già razzolavano dimenticate. Odio avere animali per casa, soprattutto bestie in gabbia, ma per un senso di pietà a volte mi occupavo io di loro, almeno pulirli e nutrirli. Le ragazze compravano il cibo per criceti a “tutto 99 cent”: buste di palline verde fluorescente. Arrivata la maturità sessuale, abbiamo notato la comparsa di una prima figliata – divorata in pochi giorni dai genitori, che forse saggiamente hanno ponderato la scarsa disponibilità di spazio e risorse alimentari e la capacità mentale delle padrone che li avrebbero dovuti accudire. La seconda figliata è stranamente sopravvissuta, un paio di cricetini in più, giusto fino alla torrida estate. Tornata a casa da lezione facce imbarazzate mi accolgono: nella pulizia mattutina si sono scordate la gabbia in terrazzo per tutte le ore calde del giorno. Esco e vedo un unico criceto che corre pazzo su e giù per la gabbia tra i cadaveri della sua famiglia e uno spesso strato di deiezioni fetide. L’unico superstite di un climax di morte e distruzione.
C come citofono.
A volte il coinquilino strano sei tu. Nella mia seconda casa abitavo in una quadrupla gelida, una casa senza riscaldamento fornita di termosifoni elettrici. Se la sera accendevi un termosifone in camera e la televisione in cucina non potevi accendere nessun altro apparecchio elettrico, altrimenti saltava l’impianto. Così riscaldavamo la cucina accendendo i fornelli, e dopo poco sprofondavamo in uno strano torpore annebbiato. Dunque io ero l’elemento bizzarro, avevo i capelli blu e proponevo allegri festini alcolici, e passavo giornate accanendomi nell’eliminazione della muffa sulle pareti del bagno e della cucina. Oltre all’episodio rilevante di quando abbiamo scoperto un nido di piccioni nel davanzale e abbiamo chiamato il comune, i pompieri, la polizia, la ASL, di nuovo i pompieri, e infine la LIPU minacciando scene isteriche di buttare in strada il nido se non fossero venuti immediatamente a risolvere la faccenda, vorrei raccontare la storia del citofono. Una sera appunto avevamo invitato un po’ di gente in casa, e dalla finestra della cucina vedo che a casa dei ragazzi del piano di sotto c’è una persona che conosco, tale Andrea. Penso, quale migliore occasione per socializzare e invitare anche i vicini al nostro festino? Allora mi propongo di scendere per chiamarli. Nell’euforia del momento scendo solo mezza rampa di scale, citofono alla porta sbagliata e mi apre il nostro dirimpettaio, un signore baffuto sui 40. I miei coinquilini scoppiano a ridere dalla finestra aperta, mentre per giustificare la mia scampanellata notturna alla faccia del baffo più che perplesso, domando “Mi scusi, c’è un Andrea di Milano a cena da voi?”
C come caciotta.
Nella mia terza casa tutto scorreva felice e sereno finché in seguito alla trasferta di un paio di compagne abbiamo dovuto accogliere in casa la prima persona che ha risposto agli annunci: tale Rinuccia. Rinuccia viveva nella doppia con il suo amico omosessuale frustrato e sottomesso. Rinuccia “ospitava” il suo boyfriend, un siculo ottuso dai lineamenti marcati alla dolce&gabbana e dal vocabolario limitato. Rinuccia, oltre ad essere veramente urrenda, era anche insopportabile. Ella era obesa e bassa, aveva la faccia tipo sfigurata sempre coperta da uno spesso strato di fondotinta, e si dipingeva le sopracciglia con un’espressione stupita ogni giorno diversa. Per parlare urlava. Quindi in camera vivevano lei e il suo moroso, appropriatasi del mio letto degli ospiti senza chiedere, e il povero omosessuale che subiva, in una stanza dalla finestra perennemente sigillata d’estate. Il siculo puzzava moltissimo di uomo. La mattina mi svegliavo e andavo in bagno, odore di morte dalle mutande e magliette di lui lasciate appallottolate come un infausto pout-pourry, terrore dai mutandoni e mega reggiseni appesi di lei, in cucina traumatico l’incontro con la Rinuccia in persona che mi alitava, e invece di fare colazione rischiavo di vomitare. Fuga repentina. Il momento peggiore è stato il primo incontro con ella. Arrivo a casa dopo un periodo all’estero e mi trovo uno sconosciuto, il siculo. Inizia ad attaccarmi una pezza infinita sul suo giovanile talento come trombettista incompreso dalla famiglia. Il giorno dopo saliva la Rinuccia dalla Calabria, che il siculo aspettava ormai da un paio di settimane. Scatta subito la festosità e il forzato invito a cena. “Mangia la caciotta del contadino che è bbuona! Peccato che è un po’ calda che ha viaggiato tutto il giorno in treno.” Infatti sa di culo. “Ah, devi sentire la soppressata!” che schifo, trasuda unto, ma sono così alienata che non ho la forza di rifiutare. Il siculo “eh, infatti il mio amore se ne intende di salsicce!!!”. Le allusioni sessuali mi danno il colpo finale. Sto malissimo, fingo una scusa per uscire e mi faccio il giro dell’isolato un paio di volte, sperando di trovarli dormienti al rientro. Invece stanno andando a letto mentre vado a letto io. Dopo poco sento rumori, penso che non è possibile e invece si, stanno facendo sesso sul mio letto degli ospiti… distinguo frasi che non ho il coraggio di ripetere e le urla di lei in crescendo (con accento calabrese). Per fortuna è breve. Il giorno dopo chiederò asilo alla mia vicina di casa.
C come Cannibal Corpse.
Ultimo appartamento universitario condiviso con due ragazzi. Il mio arrivo rivoluziona le consuetudini domestiche: la novità di avere il bagno pulito li porta a pulire cucina e soggiorno autonomamente senza che io abbia mai avuto occasione di ricordarglielo. Quando sono arrivata la casa non era mai stata pulita per 6 anni. Mai. Abbiamo ingaggiato una troupe di filippini per le pulizie generali, ne sono usciti sconvolti. Presi il posto di un metallaro satanista del nord est, un burlone con le catene nell’armadio, i ceri da morto e le foto del papa con i cazzi. Nella mia stanza, che affettuosamente ero solita chiamare il “soppalco satanico” ho lasciato gli adesivi dei Cannibal Corpse e le incisioni delle bare e dei 666 nelle travi. Gli altri due ragazzi erano tranquilli, fin troppo. La figura migliore è l’ingegnere: 30 anni, 3 esami ancora da dare, una vita nel divano. Non usciva mai di casa. Si allietava guardando il tg di Emilio Fede e rideva con Striscia la Notizia. Tanto che si guardava anche la replica in tarda serata. Pur di non uscire di casa si esercitava in soggiorno con i bilancieri e l’attrezzo per gli addominali, ed è stato anche capace di fare 2 ore di jogging tra il piano cottura e la scrivania in camera. Un giorno ho portato a casa un giochino chiamato Passaparola, una di quelle cose con le lettere nei dadi dove devi comporre parole, più lunghe sono più punti fai. Dopo i primi giorni di partite l’ingegnere è rimasto l’unico a insistere ogni volta che ci vedeva per casa con: “partitina?!?” scuotendo i dadi del giochino. Era diventato un vero pro, giocava da solo a tutte le ore, capace di comporre la mitica parola di nove lettere con tutti i dadi, che ora davvero vorrei ricordare quale gli fosse venuta – è stato un momento significativo della nostra convivenza trovarci così uniti nella sua gioia. Quando me ne sono andata gli ho lasciato il giochino, e lo step. Ora i ragazzi mi mancano, e mi chiedo come faranno senza di me.